giovedì 19 novembre 2009
giovedì 5 novembre 2009
Hasta El Fashion Show Siempre!
Settembre è ormai un ricordo e la mia abbronzatura verde scuro (è tutto ciò che sono riuscita ad ottenere) è ormai un tenue violaceo. Sono tornata la me stessa di sempre in fall-winter mode: pallida, imprecante e con l’ombrello rotto alla fermata dell’autobus.
Come sapete i mesi passano ma le fashion weeks rimangono sino alle successive fashion weeks e io, dal mio pc , seguo sempre le sfilate, gagliarda come Jo Squillo a TvModa durante la mitica chiosa finale (“La vita è ciò che ci costruiamo, da Parigi a bientò a tu le mond da Jo Squillo, Tv Moda.”
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“La felicità ci circonda nei particolari, da New York si iu sun da Jo Squillo, Tv Moda”
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“Le macchie d’olio vanno tamponate col sale, da Milano vada via el cu da Jo Squillo, Tv Moda”).
Come ogni anno, proprio in quel di Milano esplode qualche polemicuzza, giusto per far lavurà Cristina Parodi che di suo non avrebbe idea nemmeno del significato della parola “matelassè” ma datosi che è molto ricca, tanto caruccia e ha uno stylist che fa mangiare tutta Via Montenapoleone è la corrispondente moda dell’eminente tiggìcinque.
Quest’anno, oltre la solita finta-bagarre sulle modelle ossute (che abbasso l'anoressia e poi la più grassa ha una 36 e Kate Moss nel parterre pare Marisona Laurito), è arrivato un nuovo nemico dello stile italiano e no, non è Anna Wintour che si fa spostare l’ordine delle sfilate in base agli impegni della sua estetista (la signora odia Milano, sporca e brutta, e le frega qualcosa solo di un paio di case di moda delle quali l’80% le sistema gli eventi in maniera funzionale mentre a Parigi in parecchi la mandano elegantemente a cagare e le fanno seguire le sfilate secondo ordine prestabilito a prescindere. Beh, più o meno.), bensì la teRiBBile Suzy Menkes, autorevole fashion editor dell’Herald Tribune.
Costei è una signora di 66 anni che ben sa fare il suo mestiere: arriva alle sfilate, si piazza in prima fila prima che inizi il tutto, apre il suo notebook e comincia a prepararsi a scrivere. Non è una modella mancata, non accetta regali dagli stilisti, non veste come detta Vogue e ha, come unico vezzo, una sorta di ciuffo a banana che la rende immediatamente riconoscibile.
Mrs Menkes vive a Parigi, è vedova, ha 3 figlioli e dice quello che pensa, nonostante sia difficoltoso fare un reportage oggettivo di una collezione, lei, vecchia scuola, cerca di contestualizzare l’operato dei designers e di rendere i suoi servizi diversi da “Ah che fiCata! Torna la donna cauboi nelle passerelle di Dolce&Gabbana, Anvedi. Ahò. FiCata. FiCo. Tutte cauboi. Cauboi. Fico.” Ovvero il tono standard degli “esperti di robba fescion de noartri”.
Insomma, vista la tendenza a ridurre a lunghezze perizomiche gli hot pants, le (troppe?) trasparenze e una certa propensione a spogliare più che a coprire (che vabbè che è estate ma quella roba lì io la dovrei indossare in pubblico, in teoria perlomeno), la signora Suzy si è sentita di collegare questo modo di (s)vestire le donne a quella che è, innegabilmente, l’idea italiana, molto attuale, del mondo femminile, ossia quella del premier.
Ora, la signora Menkes si mantiene elegante sul registro e usa le parole “veline” e “bimbo” laddove la sottoscritta avrebbe usato le parole “mignottoidi” e “baldraccheggianti” e, soprattutto, NON costruisce affatto TUTTO il pezzo su questo, ma descrive anche, lodandole, le idee che le sono piaciute come quella di Frida Giannini (Gucci) di usare materiali tecnici, la svolta “Non Batto Più” di Cavalli, il ritorno al pascolo siciliano “sognando-però-l’ameriga” di Dolce&Gabbana (che ho gradito pur temendone la declinazione su teenager coatta sovrappeso qui in Suburra) e l’eleganza classica di Brioni.
Innegabile che l’articolo sia permeato di collegamenti alle note vicende politiche del premier (mi spiace Silviozzolone, non ti avevano detto che per un politico non può esserci scissione fra pubblico e privato? Soprattutto se i puttanoni che ti fai sono tutto fuorchè riservati?) ma questo non è che da considerarsi un grosso omaggio della Menkes al concetto di moda come riflesso percettivo del contesto sociale e noi tutti sappiamo quanto questo nostro contesto sociale italiano, allo stato attuale, sia ridotto al minimo storico in termini di dignità e rispetto dell’individuo (soprattutto di sesso femminile) pensante.
Chiaramente Suzy Menkes è stata immediatamente smascherata dagli autorevolissimi tiggì/giornali italiani: altro non è che una subdola bolscevica infiltratasi nelle file del lussureggiante mondo della moda per attaccare il belpaese. Belpietro giura di averla vista coi rasta e la t-shirt di Che Guevara alla testa di un corteo per salvare un centro sociale modenese, Signorini ha mostrato su “Chi” alcune sue foto compromettenti risalenti al
Poi uno si chiede perchè quei puzzoni dei francesi abbiano più credibilità.
Io. per me, emigrerebbi a Paris. Per dire.
venerdì 30 ottobre 2009
lunedì 26 ottobre 2009
giovedì 22 ottobre 2009
Pontypool
Mi piace Truffaut, beninteso, mi piace la Nouvelle Vague, la ripresa romantica e la storia malinconica eccetera.
V'è un momento per (quasi) tutto, anche per roba da femmine tipo"Il favoloso mondo di Amelie" che, seppur inflazionatissimo, è un buon film, ma in verità, per me, è praticamente sempre il momento per un buon horror.
Questo bistrattato genere offre spunti per narrare storie a più livelli e, per quanto mi riguarda, tira più un pelo di zombie che un carro di inquadrature del vetro bagnato di pioggia triste di una finestra sulla periferia di Parigi.
Questo nulla toglie ad altri orizzonti ma che io sia più ispirata da Sigourney Weaver-Tenente Ripley che da Audrey Tatou-Amelie Poulain è fatto innegabile.

Detto questo Parigi è la mia città-feticcio e sono stata colta da sincera emozione quando alla fine di "28 Settimane Dopo" (ATTENZIONE SPOILER) s'intuisce che il virus pseudo-rabbico faccia una capatina sotto la Tour Eiffel..
Zombies in Rue du Faubourg Saint-Honoré!!!
Da Hermès!!!
Oh Santo Cielo, rompete le vetrine ragazzi chè poi entro io col fucile a pompa e gli occhi iniettati di sangue alla vista delle Birkin!
Ad ogni modo, fra le nuove uscite, una mi incuriosisce un bel pò: Pontypool.
Spero di avere presto la possibilità di vedere quanto soddisferà le mie aspettative questa produzione canadese che narra del cast di un programma radiofonico isolato in studio, nei sotterranei di una chiesa (?) alle prese con un virus che viene contagiato tramite la lingua. No, nessun pericolo nel limonare duro, il virus pare esser diffuso tramite il linguaggio parlato, la lingua inglese, appunto.
Ora, i nostri, dalla stazione radio isolata, debbono mettere in guardia gli ascoltatori ma come fare a farsi capire senza parlare? Senza contare che 'sti virus arrivEno dappertutto, perfinanco nei sotterranei di una chiesa...
Ora, ovviamente la diffusione di questo virus mi lascia dei dubbi per quanto concerne la via del contagio, novità estrema nel campo dell'infettivologia sci-fi (stimolo delle aree di Broadmann che innescano una bizzarra trasmissione neuronale che risveglia un virus in sede centrale? "Disturbo" a origine periferica per mutazione di un Zooster nel Corti stimolato dall'arrivo di "specifiche" onde sonore? 'Fanculo alle spiegazioni pausibili (ma come al solito ci ragionerò in bagno)) ma interessante è che le implicazioni della bizzarra trasmissione siano molteplici e vadano dal pericolo dell'uso improprio delle parole alla necessità della ricerca di nuove modalità espressive con tutto un range di possibilità fra la distruzione linguistica e la creazione di nuovi sistemi. Il tutto rafforzato dalla descrizione in 3 fasi della malattia data dallo stesso regista Bruce McDonald che, beninteso, non parla degli infetti come "zombies" ma come "conversazionalisti":
"Ci sono 3 fasi nella malattia: nella prima si comincia a ripetere ossessivamente una parola comune, in loop, come se qualcosa si bloccasse. Nella seconda il linguaggio diventa inintelleggibile e diventa del tutto impossibile esprimersi correttamente. Nella terza si diventa talmente frustrati dalla propria condizione che si pensa che l'unico modo per uscire dallo stato di infetti sia provare a "strappare" il modo di esprimersi dalla bocca di un'altra persona (dalla conferenza stampa del Rou Morgue Festival 2008)"
Nella terza fase dunque, il "conversazionalista" è fatalmente attratto dal linguaggio parlato altrui, ecco la necessità di "tacere" per sopravvivere...
Insomma, se poi non siete interessati ai metasignificati, godetevi gli zomb.. ahem... i conversazionalisti.
E se vi piace la Nouvelle Vague 'sto film potrebbe essere calorosamente consigliato perchè ho visto che ci sono delle riprese malinconiche di vetri.
Enjoy!













