giovedì 5 novembre 2009

Hasta El Fashion Show Siempre!


Settembre è ormai un ricordo e la mia abbronzatura verde scuro (è tutto ciò che sono riuscita ad ottenere) è ormai un tenue violaceo. Sono tornata la me stessa di sempre in fall-winter mode: pallida, imprecante e con l’ombrello rotto alla fermata dell’autobus.

Come sapete i mesi passano ma le fashion weeks rimangono sino alle successive fashion weeks e io, dal mio pc , seguo sempre le sfilate, gagliarda come Jo Squillo a TvModa durante la mitica chiosa finale (“La vita è ciò che ci costruiamo, da Parigi a bientò a tu le mond da Jo Squillo, Tv Moda.”

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La felicità ci circonda nei particolari, da New York si iu sun da Jo Squillo, Tv Moda

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Le macchie d’olio vanno tamponate col sale, da Milano vada via el cu da Jo Squillo, Tv Moda”).

Come ogni anno, proprio in quel di Milano esplode qualche polemicuzza, giusto per far lavurà Cristina Parodi che di suo non avrebbe idea nemmeno del significato della parola “matelassè” ma datosi che è molto ricca, tanto caruccia e ha uno stylist che fa mangiare tutta Via Montenapoleone è la corrispondente moda dell’eminente tiggìcinque.

Quest’anno, oltre la solita finta-bagarre sulle modelle ossute (che abbasso l'anoressia e poi la più grassa ha una 36 e Kate Moss nel parterre pare Marisona Laurito), è arrivato un nuovo nemico dello stile italiano e no, non è Anna Wintour che si fa spostare l’ordine delle sfilate in base agli impegni della sua estetista (la signora odia Milano, sporca e brutta, e le frega qualcosa solo di un paio di case di moda delle quali l’80% le sistema gli eventi in maniera funzionale mentre a Parigi in parecchi la mandano elegantemente a cagare e le fanno seguire le sfilate secondo ordine prestabilito a prescindere. Beh, più o meno.), bensì la teRiBBile Suzy Menkes, autorevole fashion editor dell’Herald Tribune.

Costei è una signora di 66 anni che ben sa fare il suo mestiere: arriva alle sfilate, si piazza in prima fila prima che inizi il tutto, apre il suo notebook e comincia a prepararsi a scrivere. Non è una modella mancata, non accetta regali dagli stilisti, non veste come detta Vogue e ha, come unico vezzo, una sorta di ciuffo a banana che la rende immediatamente riconoscibile.

Mrs Menkes vive a Parigi, è vedova, ha 3 figlioli e dice quello che pensa, nonostante sia difficoltoso fare un reportage oggettivo di una collezione, lei, vecchia scuola, cerca di contestualizzare l’operato dei designers e di rendere i suoi servizi diversi da “Ah che fiCata! Torna la donna cauboi nelle passerelle di Dolce&Gabbana, Anvedi. Ahò. FiCata. FiCo. Tutte cauboi. Cauboi. Fico.” Ovvero il tono standard degli “esperti di robba fescion de noartri”.

Insomma, vista la tendenza a ridurre a lunghezze perizomiche gli hot pants, le (troppe?) trasparenze e una certa propensione a spogliare più che a coprire (che vabbè che è estate ma quella roba lì io la dovrei indossare in pubblico, in teoria perlomeno), la signora Suzy si è sentita di collegare questo modo di (s)vestire le donne a quella che è, innegabilmente, l’idea italiana, molto attuale, del mondo femminile, ossia quella del premier.

Ora, la signora Menkes si mantiene elegante sul registro e usa le parole “veline” e “bimbo” laddove la sottoscritta avrebbe usato le parole “mignottoidi” e “baldraccheggianti” e, soprattutto, NON costruisce affatto TUTTO il pezzo su questo, ma descrive anche, lodandole, le idee che le sono piaciute come quella di Frida Giannini (Gucci) di usare materiali tecnici, la svolta “Non Batto Più” di Cavalli, il ritorno al pascolo siciliano “sognando-però-l’ameriga” di Dolce&Gabbana (che ho gradito pur temendone la declinazione su teenager coatta sovrappeso qui in Suburra) e l’eleganza classica di Brioni.

Innegabile che l’articolo sia permeato di collegamenti alle note vicende politiche del premier (mi spiace Silviozzolone, non ti avevano detto che per un politico non può esserci scissione fra pubblico e privato? Soprattutto se i puttanoni che ti fai sono tutto fuorchè riservati?) ma questo non è che da considerarsi un grosso omaggio della Menkes al concetto di moda come riflesso percettivo del contesto sociale e noi tutti sappiamo quanto questo nostro contesto sociale italiano, allo stato attuale, sia ridotto al minimo storico in termini di dignità e rispetto dell’individuo (soprattutto di sesso femminile) pensante.

Chiaramente Suzy Menkes è stata immediatamente smascherata dagli autorevolissimi tiggì/giornali italiani: altro non è che una subdola bolscevica infiltratasi nelle file del lussureggiante mondo della moda per attaccare il belpaese. Belpietro giura di averla vista coi rasta e la t-shirt di Che Guevara alla testa di un corteo per salvare un centro sociale modenese, Signorini ha mostrato su “Chi” alcune sue foto compromettenti risalenti al 1909 in cui la signora, visibilmente ubriaca, limona duro con Trotsky nel parcheggio dell’Hollywood e Paolo Del Debbio ha lanciato un sondaggio: “E’ meglio conoscere l’opinione di quella comunista bruttona di Suzy Menkes o meglio che se famo dù spaghi?".

Poi uno si chiede perchè quei puzzoni dei francesi abbiano più credibilità.

Io. per me, emigrerebbi a Paris. Per dire.




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