martedì 30 marzo 2010

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domenica 7 marzo 2010

Martino Va Ner manicomio de Paura: "Shutter Island".

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Date almeno il merito a quella vecchia volpe spelacchiata della sottoscritta di essere andata a vedere l'ultimo Scorsese con il sentore di sapere dove il vecchio Martin volesse andare a parare. Non che per me sia interessante la fine, non tanto quanto il percorso per arrivarci, s'intende.
La personale scelta di skippare, per ora, l'Alice Burtoniana, è stata pesantemente influenzata dal fatto che attendessi con impazienza questo "Shutter Island" dall'inizio della sua lavorazione e, già dal primo trailer e senza spoiler alcuno, l'andazzo lo si era capito.
Vediamo un agente dell'FBI (Di Caprio) e un suo collega (Ruffalo) indagare sulla scomparsa di una detenuta dall'istituto in cui era rinchiusa, ovvero un manicomio criminale situato su un'isola, Shutter Island, appunto. Tale penitenziario nosocomiale viene gestito da un ambiguo psichiatra (Ben Kingsley) e un team di colleghi (fra i quali Max Von Sydow, nientemeno). Fin dall'inizio nessuno sembra collaborare e le attività interne alla struttura, relative al trattamento dei pazienti, paiono poco chiare mentre il nostro agente comincia a soffrire di allucinazioni e i suoi traumi pregressi affiorano mano a mano che l'orrore del reale regime vigente all'interno del penitenziario si rende manifesto.
Ora, capisco che questa sembri la trama di altri mille film sul genere "Oddio,ma questo nun è un posto normale! Qui fanno gli esperimenti sui poveracci! E il terrore s'impenna!" ma, ripeto, non è interessante tanto la fine (che pur riserva qualche sorpresa) ma come ci si arrivi.
E se tutta la prima parte risente di una farcitura di elementi a tratti eccessiva, tant'è che si va in overload di esperienze/traumi pregressi del protagonista con tanto di deliri Lynchiani (che io, peraltro, apprezzo assai ma io, lo si sa, sono fan di alcune esagerazioni), nella seconda il quadro si dipana in maniera più chiara con un coup de theatre tanto prevedibile quanto ben dosato. Quindi, se il plot non si discosta in maniera troppo innovativa da altri film genere "Manicomio Impregnato De Mistero/PasticciacciBrutti", la tecnica registica è, come ci si aspetta, apprezzabilissima , e il sottotesto ben presente e interessante, arricchito dal gioco dei ruoli e dallo studio del lato violento dell'animo umano, temi sempre cari a Scorsese.
E poi il vecchio Martin sa mettere insieme un cast: un DiCaprio bravo (Jack Dawson poteva uccidergli la carriera ma è stata la sua carriera a uccidere Jack Dawson: chapeau!) attorniato da vecchie volpi come Von Sydow (Ave Max!) e Kingsley e talenti come Mark Ruffalo (che quando non fa il cretino vale il biglietto), Michelle Williams ed Emily Mortimer (entrambe credibili).
E il film si racchiude in ciò che a un certo punto Teddy-DiCaprio dice a Chuck-Ruffalo: "Sai cosa penso? Che sia meglio morire da uomo perbene che vivere da mostro.".